Le origini dell'incenso

Biosfera Nature | Alimenti Biologici | Erboristerie | Cosmesi Naturale | Poggibonsi | Siena

 

Le origini dell’incenso si perdono nella notte dei tempi, anche se è probabile che esso non sia originario delle culture alle quali oggi viene attribuito. Secondo una delle ipotesi più accreditate, le prime a farne uso furono le antiche civiltà del Medio Oriente, che lo producevano estraendo resine dagli alberi della famiglia Boswellia, copiosi nell’Arabia del Sud e in Somalia. Sumeri e Babilonesi bruciavano queste sostanze credendole dotate del potere di placare le divinità e di purificare i templi. In Egitto, l’incenso è noto fin dai tempi della XVIII Dinastia. Il libro Egiziano dei Morti, il più antico testo scritto che si conosca sulle cerimonie magiche e religiose, dà notizia di come l’uso di bruciare sostanze profumate avesse un significato importante nei riti funebri. Con lo sviluppo del commercio, le popolazioni lo scoprirono e ne adottarono l’uso di bruciare sostanze profumate avesse un significato importante nei riti funebri. Con lo sviluppo del commercio, le popolazioni lo scoprirono e ne adottarono l’uso, e i regni arabi – Sheba, Hadramat, Quabatan – che lo producevano fecero fortuna esportandolo. Nel prologo dell’Edipo, Sofocle scrive: “La città era frastornata e ingombra di un carosello di suoni e di odori, di mormorii, di inni e di incenso”. Si dice che a Roma, Nerone, per il funerale della moglie Poppea, avesse ordinato l’equivalente della produzione di un anno di incenso proveniente dall’Arabia. Se è vero che l’incenso era assai diffuso nel Vecchio Continente, fu in Oriente che si affermò veramente, caratterizzando tutte quelle culture. Alcune teorie vogliono che ne sia stato trasmesso l’uso dal Medio Oriente al resto dell’Asia, altre invece parlano di un percorso del tutto indipendente. L’unica cosa certa è che il rito di bruciare legno di sandalo è stato praticato fin dai tempi più remoti in India e perfino in Cina, come riferiscono antichi testi taoisti. Con il diffondersi del Buddhismo, queste sostanze dall’India penetrarono in tutta l’Asia sud- orientale. In un primo tempo le resine aromatiche più apprezzate nel Medio Oriente furono incenso e mirra, come dimostrano i doni dei Magi al Bambino Gesù, ma se ne fece uso anche nell’Estremo Oriente, provenienti per lo più dall’Arabia. A poco a poco gli addetti alla preparazione degli incensi incominciarono a impiegare molti altri ingredienti, tra cui il sandalo, l’ambra grigia, il basilico, la canfora, i chiodi di garofano, il gelsomino, il muschio e il patchouli.

Interi volumi sono stati dedicati alle composizioni delle varie misture, per spiegarne la popolarità e il significato rituale. Uno studioso giapponese, infatti, ha riordinato e dato nome a non meno di 130 varietà di incensi composti. Spesso queste preparazioni erano segrete e venivano custodite gelosamente: le famiglie che le producevano si guadagnavano l’ammirazione della comunità con formule che ideavano appositamente e che venivano descritte solo in termini molto vaghi: “Miscela di legni profumati e gelsomino tailandese”: così una compagnia di Bangkok definisce il particolare tipo di incenso di sua produzione. La qualità dell’incenso dipende – e per questo varia molto – dalla qualità degli ingredienti usati. Componente base della pasta d’incenso è la polvere di legno, alla quale si aggiungono quasi sempre resine , trucioli di legno di sandalo , olii di piante ed erbe aromatiche. Per ottenere i prodotti più esclusivi, e anche più costosi, si fa uso di molti altri additivi, estratti dalla vasta gamma delle fragranze naturali. Oggi è l’India a produrre gli incensi più raffinati e le sue fragranze finemente miscelate vengono esportate in molte parti del mondo. La Cina invece ha fama di essere la più grande produttrice con milioni di bastoncini e serpentine di tutte le dimensioni. Ma in nessun modo questi due Paesi ne detengono il monopolio: la confezione di incensi infatti è assai diffusa in tutta l’Asia sud- orientale, dove una piccola fabbrica, aperta da tempi, continua a prosperare non sfiorata dalle tendenze dell’economia o dai progressi tecnologici. La maggiore parte delle industrie di questo settore sono piccole imprese a conduzione familiare, che , seguendo la tradizione cinese, colorano gli incensi e vi aggiungono una particolare resina fissante che, seccando, indurisce.

Si prende un fascio di bambù tagliato in sottili listarelle, le cui estremità vengono passate nella pasta, e poi lasciate asciugare al sole. I mazzi strombati assomigliano ad anemoni marini. Per preparare le spirali, occorre invece comprimere la pasta attraverso dei fori, su un vassoio metallico, ottenendo così dei filamenti simili a tagliatelle. Bastoncini d’incenso e spirali possono essere di dimensioni piccole o grandi. I più comuni bastoncini sono lunghi una ventina di centimetri, e bruciano per quasi un’ora. Esistono però anche incensi grandi come razzi, di color rosso vivo, che rimangono accesi per tutta la durata del Capodanno Cinese – circa 3 giorni – o di altre feste altrettanto lunghe. Sono decorati vivacemente con carta colorata, con dragoni dipinti e con altri motivi ornamentali che danno alla ricorrenza la tipica atmosfera variopinta. Poiché la diffusione del buddhismo ha radicato questo uso nelle culture asiatiche, bruciare resine aromatiche è diventato un gesto tipicamente legato alla pratica religiosa buddhista, e non solo. Tuttavia la funzione specifica e l’uso dell’incenso possono variare molto, come pure gli scopi, sia spirituali sia materiali, per i quali viene acceso. Elemento essenziale di quasi tutte le offerte religiose in Oriente, da Singapore a Shanghai, da Bangkok a Bangalore, l’incenso è presente in tutti i templi buddhisti, dove le fragranze si levano dagli innumerevoli bastoncini accesi davanti alle imponenti statue del Buddha. La stessa immagine la incontriamo nei templi Indù e nei sacrari dedicati alle più svariate potenze. Ma se la presenza dell’incenso è costante, la ritualità che ne circonda l’uso è complessa e varia. Anche se accompagna le offerte, l’incenso non è sempre e necessariamente un dono agli dei: in alcune culture è considerato fine a se stesso.

Tuttavia la credenza cinese consolidata da tempo lo vuole una via di comunicazione, una sorta di telefono, tra l’uomo e le potenze divine. Accendere l’incenso è il gesto che avvia la conversazione; quando il bastoncino è consumato, il contatto con l’al di là si interrompe. Se poi accompagna le offerte di cibo, non fa parte del dono: il suo fumo serve da segnale agli dei per avvertirli che un pasto è stato preparato per loro. Questa comunicazione segue determinate regole. Così ad esempio, mentre il contatto con la maggior parte degli dei si instaura accendendo incensi dalla punta rossa, alle divinità vegetariane, invece, è corretto rivolgersi con bastoncini gialli, e agli spiriti con bastoncini verdi. Anche il numero dei bastoncini ha una sua importanza. In Tailandia, ad esempio, per rendere omaggio al Buddha se ne accendono tre, ma quando si onorano gli avi se ne accende soltanto uno. Tali regole variano da cultura a cultura, a secondo che il rituale sia religioso, propiziatorio, celebrativo o festivo. Molte sono anche le differenze di far bruciare l’incenso. I bastoncini possono venire semplicemente conficcati in ciotole piene di sabbia, oppure lasciati ardere in eleganti incensieri, a forma di colline o montagne, come si usavano anticamente in Cina, dai quali si spandeva un fumo denso e fragrante. Altrettanto interessanti, benchè oggi quasi del tutto dimenticati, sono gli impieghi non liturgici che ne sono stati fatti nel corso dei secoli. Tra le più sorprendenti invenzioni della Cina c’era l’orologio a incenso in uso sin dalla dinastia Tang (618-907 d.C.). I primi orologi profumati avevano la forma di sigilli circolari in legno, di circa 30 centimetri di diametro e 2 centimetri e mezzo di spessore. Il sigillo era diviso in 12 segmenti collegati tra loro, ciascuno dei quali rappresentava uno shih, l’ora cinese equivalente a due ore occidentali.

Tra un segmento e l’altro, una sorte di percorso labirintico segnava la suddivisione degli shih in ko, ciascuno dei quali era l’equivalenti di 30 minuti occidentali. La polvere di legno veniva pigiata lungo queste linee affinché, una volta sollevato il sigillo, il disegno rimanesse, e per l’intera lunghezza del suo percorso veniva inciso un solco, in cui si versava una mistura d’incenso, miscelata in modo da ottenere una velocità omogenea di combustione. Una volta acceso, l’incenso bruciava per un tempo prevedibile della durata di 12 shih, ovvero 24 ore. E’ probabile che anche il primo orologio a sveglia utilizzasse incenso. Una gesuita del XVII secolo racconta che all’incenso veniva legato un piccolo peso nel punto corrispondente all’ora desiderata. Quando il fuoco raggiungeva il segno, il peso cadeva, tintinnando in una sottostante ciotolina di rame, svegliando il dormiente. Una variante di questa idea era rappresentata da un bastoncino che nell’ultima parte bruciava emanando una fragranza più pungente: l’aroma diverso e più forte – cosi si diceva – svegliava chiunque si fosse appisolato. L’avvenuto degli orologi meccanici nel XVI secolo segnò il tramonto degli orologi a incenso. Ma in Giappone, solo nel 1924 scomparvero definitivamente dalle case delle geishe, dove fino a quel momento erano stati utilizzati per calcolare il tempo dedicato al cliente.

 

Biosfera Nature | Spazio Naturale | Via Salceto, 85/a | Poggibonsi | Siena